I dieci Re dell’inferno cinese e il loro insegnamento

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Disegno con i dieci re dell'inferno cinese, copertina dell'articolo I dieci re dell'inferno cinese e il loro insegnamento
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I dieci Re dell’inferno cinese e il loro insegnamento

I dieci Re dell’inferno (十殿閻王, Shí Diàn Yán Wáng) sono dieci figure della mitologia cinese, il cui compito è quello di valutare la condotta delle anime in uno specifico campo. Come vedremo, non è propriamente corretto parlare di inferno, quanto di oltretomba, per evitare di associarlo al nostro immaginario comune. In ogni caso, l’oltretomba cinese ha diverse analogie con la controparte occidentale, soprattutto in chiave dantesca. Ma perché questi dieci giudici supremi dovrebbero interessare un praticante di Arti Marziali? In accordo con il Taijitu, definendo attraverso il loro giudizio cosa non fare, definiscono anche quale dovrebbe essere una buona condotta, anche per i marzialisti. Partiamo, come preannunciato, dall’oltretomba per poi arrivare ai dieci re dell’inferno e al loro “campo di applicazione”.

L’oltretomba: prigione terrestre

L’oltretomba cinese è chiamato Di Yu (Dì Yù, 地獄), traducibile letteralmente come prigione terrestre. È doveroso soffermarsi un po’ su questo significato. Considerando che il Grande Imperatore di Giada (Yù Huáng Dà Dì, 玉皇大帝) è la massima autorità del regno dei Cieli della mitologia cinese, è interessante considerare che l’oltretomba è una prigione terrestre. Come vedremo, l’anima che varca la soglia potrebbe sottoporsi solamente al giudizio del primo dei dieci Re dell’inferno. Questo avviene, ovviamente, nel caso di anime che in vita hanno avuto una condotta mirabile. Queste possono procedere direttamente agli uffici che gestiranno la successiva reincarnazione, oppure essere addirittura promosse a qualche ruolo celeste. Chi invece non avesse esattamente brillato nella propria condotta, potrebbe essere costretto a sottoporsi al giudizio di tutti e dieci i sovrani, posticipando la pianificazione della successiva reincarnazione a data da definirsi.

In tal senso, l’oltretomba assomiglia forse più alla nostra idea di purgatorio che non a quella di inferno. C’è da dire, tuttavia, che il giudizio dei dieci Re dell’inferno prevede anche una successiva punizione. Questa non sarà scontata per l’eternità, tuttavia potrebbe durare per tempi anche abbastanza lunghi. Inoltre il sistema punitivo è sostanzialmente quello del contrappasso, presente nella Divina Commedia di Dante, ma a onor del vero anche in altri testi e tradizioni precedenti. Il Di Yu, quindi, imprigiona temporaneamente le anime impedendole di ascendere o reincarnarsi. La “collocazione terrestre” del Di Yu rispetta, per così dire, anche il principio espresso dai Tre Poteri (Cielo, Umanità e Terra).

I dieci Re dell’inferno

Precisato questo, possiamo ora immaginarci di percorrere, come anime, il percorso che ci porta a confrontarci con i dieci Re dell’inferno.

Il primo Re dell’inferno: Qin Guang Wang

Il primo Re dell'inferno: Qin Guang Wang

Il primo re, Qin Guang Wang (Qín Guǎng Wàng, 秦廣王), funge da valutatore iniziale delle anime in arrivo. La sua corte funge da struttura di smistamento preliminare dove le anime vengono registrate, le loro identità confermate e i loro registri di vita recuperati dagli archivi celesti [1].

Come preannunciato, Qin Guang Wang ha sostanzialmente il compito di indirizzare l’anima verso gli altri Re-Giudici, sempre che questa abbia qualcosa da farsi giudicare. Non è quindi detto che tutte le anime debbano far visita a tutti i giudici. Non è neanche detto che si fermino da ciascun giudice per lo stesso tempo. In tal senso, Qin Guang Wang accoglie l’anima e la indirizza verso il suo personale percorso nel Di Yu.

Marzialmente c’è poco da dire a proposito di questo Re, se non che con una buona condotta è l’unico Re di cui si fa “piacevole conoscenza”. Con l’aiuto degli altri proveremo a comprendere meglio che qualità abbia una buona condotta per la tradizione mitologica cinese.

Chu Jiang Wang: inganni e tradimenti

Chu Jiang Wang: inganni e tradimenti

Il secondo re, Chujiang Wang (Chǔ Jiāng Wàng, 楚江王), specializzato in casi di inganno e tradimento. Il suo tribunale esamina i casi in cui la fiducia è stata violata.—False testimonianze, contratti infranti, infedeltà coniugale e tradimento di amici o colleghi [1].

Abbiamo visto che tra le cinque qualità del praticante figurano la fiducia e il rispetto. Confucio, inoltre, considerava, la correttezza e l’agire appropriato una qualità fondamentale dell’essere umano. Non stupisce quindi che il primo Re “punitivo” che si incontra si occupi proprio di tradimento e inganno. Tradire o ingannare l’altro significa mancargli di rispetto e minare la sua capacità di provare fiducia. Considerando, poi, che l’agire appropriato è un’agire intuitivo che mai mette a repentaglio il proprio onore, diventa evidente come l’inganno e il tradimento non possano conciliarsi con una figura onorevole.

Ma se parliamo di aspetti da conciliare, come conciliare una delle massime più famose dell’Arte della Guerra di Sun Zi con quanto appena detto?

兵者,诡道也 bīng zhě, guǐ dào yě La Guerra è anche la Via dell’Astuzia [2].

C’è inganno e inganno

Abbiamo riportato la frase di Sun Zi a proposito dei sei ideali fondamentali secondo Robert Greene, in particolare parlando di Atena, Ares e dell’astuzia di Ulisse. Non possiamo neanche negare che lo stratagemma di Tsukahara Bokuden fosse un inganno. La risposta alla nostra domanda però si trova proprio in racconti di questo tipo. Lasciamo che a dare la risposta sia il Maestro samurai Munenori:

L’inganno è strategia. Grazie al falso, si ottiene la verità. Grazie all’inganno il tuo avversario non riesce a fare a meno di cadere in trappola, pur essendo consapevole della tua astuzia. […] Nei clan guerrieri tutto ciò si traduce in strategia militare. Anche la strategia è inganno, ma attraverso di essa si potrà vincere senza causare danni agli altri. In questo modo l’inganno, alla fine, diventa verità. Tutto ciò è definito: mettere le cose in ordine applicando il loro contrario [3].

La cosa importante è quindi la finalità dell’inganno. Proprio per questo motivo, Chu Jiang Wang era dotato dello Specchio della Retrospezione:

Le anime che gli appaiono spesso si trovano di fronte allo Specchio della Retrospezione, che riflette non il loro aspetto fisico ma la vera natura delle loro azioni, rivelando disonestà che potrebbero essere rimaste nascoste in vita [1].

Attraverso questo specchio non si può quindi nascondere la vera natura delle proprie azioni o, per dirla altrimenti, le vere intenzioni. Nella Via del Guerriero si dovrebbe mettere l’inganno a servizio della verità.

Il Re dell’inferno Song Di Wang: il rispetto per gli anziani

Il Re dell'inferno Song Di Wang: il rispetto per gli anziani

Il terzo re, Songdi Wang (宋帝王, Sòng dì wáng), giudica le anime colpevoli di mancanza di rispetto verso gli anziani, gli antenati e l’autorità legittima. La giurisdizione di questo re riflette la virtù centrale confuciana della pietà filiale, esaminando il modo in cui gli individui trattavano i loro genitori, nonni, insegnanti e sovrani [1].

Il rispetto è uno dei nostri cinque valori cardine. Nel mondo delle Arti Marziali tradizionali cinesi si declina in diversi aspetti. Possiamo parlare di rispetto verso il proprio Maestro, possiamo parlare di rispetto verso la tradizione e di conseguenza di rispetto anche nei confronti dei Maestri passati. Le scuole di Arti Marziali tradizionali cinesi hanno una struttura gerarchica che ripropone la struttura familiare. Abbiamo i fratelli e le sorelle di pratica (minori e maggiori), abbiamo gli zii e le zie di pratica, ecc, ecc. Uno dei valori fondanti di questa struttura gerarchica è anche quello del rispetto. Questo rispetto si manifesta nei modi più disparati e anche in piccole cose come nei brindisi: è usanza infatti far toccare il bicchiere più in basso di quello della persona “più anziana” (fisicamente e in termini di pratica marziale).

Abbiamo visto le storie di diversi Maestri del passato (per esempio Dong Hai Chuan e Cheng Tinghua) e di come abbiamo protratto la trasmissione delle conoscenze da maestro ad allievo, spesso a costo della vita. In tempi più recenti, molti Maestri hanno nascosto le competenze marziali a rischio della vita nel periodo della rivoluzione culturale cinese. Tramandare i principi marziali, sentendo la responsabilità e la profondità di queste vite passate e del loro sacrificio, è anch’essa una forma di rispetto. Non sono tante le discipline per le quali si può affermare “ci sono persone che sono morte per tramandare questo insegnamento”.

Rispetto, non servilismo

In generale, viviamo in una società poco rispettosa del passato, a tal proposito ci sovviene una descrizione tratta da Educazione Siberiana, di Nicolai Lilin, che ci colpì fin dalla prima lettura:

Nella comunità degli Urca siberiani viene data la massima importanza al rapporto tra bambini e vecchi. Per questo esistono molte usanze e tradizioni che consentono ai criminali anziani con grande esperienza di partecipare all’educazione dei bambini, anche se non hanno con loro un rapporto di sangue. Ogni criminale adulto chiede a un anziano, di solito uno che non ha famiglia e abita da solo, di aiutarlo nell’educazione dei figli. Manda spesso i bambini da lui, a portargli del cibo o a dargli una mano in casa; in cambio il vecchio racconta le storie della sua vita e insegna ai bambini la tradizione criminale, i principi e le regole del comportamento, i codici dei tatuaggi e tutto quello che in qualche modo legato all’attività criminale [4].

È interessante notare come in una società criminale come quella descritta nel libro, comunque non si sia perso il rispetto per gli anziani. Anzi, procedendo nella lettura si scopre che il declino inizia proprio quando le “nuove gang” iniziano a perdere questa forma di rispetto. Probabilmente, rispolverare un po’ del rispetto per gli anziani, gli antenati e l’autorità legittima non farebbe male anche alla società odierna. Per quanto riguarda l’autorità legittima, prima di sollevare vespai, è importante che sia legittima. Non va confuso il rispetto con il servilismo. Abbiamo visto che il Guerriero deve essere in grado di “dire no anche al re”, e “vivere quando deve vivere e morire quando deve morire”. Per cui, nulla vieta di “rispettosamente dissentire”, assumendosi con coraggio le responsabilità di questo dissenso. Un esempio marziale noto è l’episodio dei 47 Ronin [5].

Wu Guan Wang: corruzione, concussione e abuso d’ufficio

Wu Guan Wang: corruzione, concussione e abuso d'ufficio

Il quarto re, Wuguan Wang (五官王, Wǔ Guān Wáng), esamina i casi di corruzione, concussione e abuso d’ufficio—Peccati particolarmente vituperati in una società in cui il servizio governativo rappresentava la più alta aspirazione per gli individui istruiti [1].

Inserendo con piacere un piccolo intermezzo comico, rimandiamo al video di seguito per le differenze tra corruzione e concussione:

Tornando a noi, gli elementi giudicati da Wu Guan Wang indicano una predilezione per il “materiale” a discapito degli ideali di correttezza, rettitudine e onore. Potrebbe non essere un caso quindi che Wu Guan si possa tradurre, oltre che come cinque uffici, anche come cinque sensi e le caratteristiche del viso. In ogni caso, avendo parlato in passato di onore, del non ricercare la vittoria facile e anzi intraprendere il percorso impervio e faticoso (vd. anche Pangu); i sotterfugi e le scorciatoie volte puramente all’arricchimento personale tipiche dei concetti di corruzione e concussione, non rientrano sicuramente nelle caratteristiche che dovrebbe avere chi percorre la Via del Guerriero.

Yan Luo Wang, il Re dell’inferno

Yan Luo Wang, il Re dell'inferno

Il Quinto Re, Yanluo Wang in persona, è il giudice capo del sistema malavitoso, occupandosi dei casi più gravi e dirimendo le controversie che sorgono in altri tribunali. La sua giurisdizione include omicidi, massacri e azioni che hanno causato sofferenze diffuse [1].

Yanluo Wang (Yán Luó Wáng, 阎罗王) era in origine l’unico Re/Giudice dell’inferno. Ha mantenuto la sua importanza, pur essendo successivamente accompagnato da altri nove, dedicandosi forse all’aspetto più delicato di tutti: l’omicidio. I più piccoli, nonché i piccoli ormai cresciuti, l’hanno incontrato nell’infanzia sotto forma di Re Enma/Yemma/Yammer nell’universo di Dragon Ball (sempre nel suo ruolo, per altro). L’omicidio, nella Via del Guerriero, è ovviamente un argomento caldo. Dal momento che un po’ tutte le tradizioni vietano l’omicidio ma di fatto tutte le tradizioni considerano la presenza di guerrieri che, prima o poi, dovranno uccidere, anche in questo caso viene da chiedersi come conciliare tutto ciò. Il dilemma non da poco se lo pone anche Arjuna proprio nel primo capitolo della Bhagavad Gita:

E il figlio di Kunti (Arjuna), vedendo tutti quei parenti adunati in tal modo, mosso da pietà e con l’animo turbato disse:“O Krsna, nel vedere questa mia gente mossa d’ardore guerresco e in attesa del combattimento, le membra mi vengono meno e secca è la bocca; un tremito mi assale e irti diventano i miei capelli, dalla mia mano mi sfugge Gandiva (l’arco) e la pelle mia diventa ardentemente infuocata; non mi reggo più in piedi e vedo vacillar la mia mente. E ancora segni nefasti io scorgo, o Kesava, né prevedo alcun bene se in battaglia uccido la mia gente. […] O Madhusudana, neanche se sarò ucciso voglio uccidere costoro, nemmeno per il dominio del triplice mondo, quanto meno dunque per amor della terra [6].

C’è omicidio e omicidio

Prima di sollevare un vespaio, bisogna considerare che è abbastanza ovvio e scontato punire l’omicidio, come effettivamente uno degli atti più spregevoli che si possano compiere. Tuttavia, proprio Krsna richiama Arjuna alla battaglia con un discorso di cui riportiamo una frase importante:

Ugualmente equanime nel piacere e nel dolore, nel guadagno e nella perdita, nella vittoria e nella sconfitta, preparati dunque a combattere; in tal modo non potrai commettere errore [6].

Prima di commentare riportiamo anche le riflessioni del samurai Munenori a questo proposito:

Nei tempi antichi si diceva: “Le armi sono strumenti infausti. La Via del Cielo le trova ripugnianti. La Via del Cielo consiste nell’usarle solo quando necessario”. Se vuoi sapere il perché di tutto ciò, si può dire che gl archi e le frecce, le spade e le alabarde sono chiamate armi e sono strumenti di sfortuna e malaugurio. Questo perché la Via del Cielo è una Via che porta la vita, mentre gli strumenti che uccidono sono veramente nefasti, […] contrari alla Via del Cielo. Ciò nonostante, bisogna aggiungere che anche usare le armi e uccidere qualcuno quando ciò non può essere evitato è la Via del Cielo.

[…] C’è una ragione per abbattere qualcosa che è al colmo. Un uomo potrebbe cavalcare l’onda della sua fortuna e commettere il male, ma lo si può abbattere quando il male è al colmo. Così si potrebbe dire che anche usare le armi costituisce la Via del Cielo. Ci sono tempi in cui diecimila uomini soffrono a causa della malvagità di un singolo uomo. Perciò, uccidere la malvagità di un singolo uomo porterà la vita a diecimila persone [3].

L’omicidio che dà la vita

In entrambi i testi traspare un modo di combattere di cui abbiamo parlato in passato. Il massimo livello dell’espressione del combattimento è combattere senza attaccamento alla vita. Come detto sopra, essere disposti a vivere quando si deve vivere, morire quando si deve morire. Questo livello di consapevolezza, calma e lucidità è talmente complesso da raggiungere che quando lo si descrive capita che i non addetti ai lavori storcano il naso.

Alcuni Maestri di scherma parlano dell’avversario che si uccide sulla nostra spada. Stiamo parlando della totale assenza della finalità di uccidere e di sopravvivere, del puro donarsi come strumenti del momento presente, costi quel che costi. In questo caso e in queste particolari condizioni, si potrebbe essere chiamati a uccidere per dare la vita, come afferma Munenori. La cosa importante è che la valutazione non provenga dal nostro ego (vd. Mai giudicare dalle apparenze), ma ancora una volta dalla nostra capacità di comunicare con il nostro profondo attraverso le intuizioni.

Bian Cheng Wang, ricchezza e beni materiali

Bian Cheng Wang, ricchezza e beni materiali

Il sesto re, Biancheng Wang (Biàn chéng wáng, 卞城王), giudica le anime che hanno commesso crimini legati alla ricchezza e ai beni materiali: furto, rapina, sfruttamento, accumulo durante le carestie e applicazione di interessi eccessivi [1].

Se poco sopra abbiamo parlato di superare l’attaccamento alla vita, sembra quasi scontato che venga richiesto di superare anche l’attaccamento ai beni materiali e alla ricchezza. Sottrarre qualcosa agli altri in modo illecito, per proprio vantaggio, va palesemente nella direzione opposta al superare il proprio ego per mettersi al servizio. Benevolenza e compassione verso gli altri sono anch’esse qualità che abbiamo associato al percorso marziale. Anche in questo caso, si potrebbe ovviamente ragionare come per l’omicidio. Con le analoghe considerazioni di cui sopra, viene facilmente alla memoria la figura di Robin Hood, che per antonomasia può rappresentare un ribaltamento del concetto di negatività del furto.

Tai Shan Wang, il rispetto per il divino

Tai Shan Wang, il rispetto per il divino

Il settimo re, Taishan Wang (Tài shān wáng, 泰山王), sovrintende ai casi che riguardano la mancanza di rispetto verso entità sacre: profanazione di templi, bestemmia contro le divinità, uso improprio di oggetti religiosi e false affermazioni di autorità divina [1].

Finora, tra le righe, abbiamo inevitabilmente affrontato un altro tema caldo della Via del Guerriero: la spiritualità. Il percorso marziale descritto dai Maestri è un percorso spirituale. A scanso di equivoci, senza che per questo debba essere associato a una religione in particolare. A ben vedere, poi, questo dovrebbe valere per qualsiasi forma d’arte. Con Song Di Wang abbiamo parlato di rispetto, è inevitabile che lo stesso rispetto si manifesti anche in tal senso. Purtroppo, in tempi recenti sembra che rispettare significhi al tempo stesso condividere e, quindi, per manifestare il proprio dissenso non si debba portare rispetto. Il rispetto del divino, verificato da Tai Shan Wang, è quindi inevitabilmente da integrare all’interno di un percorso come quello della Via del Guerriero.

Du Shi Wang, la violenza sessuale

Du Shi Wang, la violenza sessuale

L’ottavo re, Dushi Wang (Dū Shì Wáng, 都市王), giudica condotte sessuali improprie: adulterio, stupro, seduzione, incesto e sfruttamento sessuale. La sua corte esamina non solo gli atti fisici, ma anche le intenzioni e le dinamiche di potere all’interno delle relazioni [1].

Con Du Shi Wang cambiamo ambito di applicazione ma non cambiamo i principi presentati fino a questo punto. Dividendo la sua giurisdizione in due grandi filoni, possesso/attaccamento e manipolazione, iniziamo col riflettere brevemente sul primo. La base di partenza è anche in questo caso l’assenza di rispetto, benevolenza e onore che, appunto, si declinano in modi differenti. Un forte attaccamento alla sessualità che manca proprio di queste componenti fondamentali, finisce per portare a vedere l’altrui persona alla stregua di un oggetto. Gli equilibri (o forse meglio dire disequilibri) di potere fanno il resto.

Applicarsi in un percorso marziale finalizzato, come detto (LINK TUI SHOU), anche allo sviluppo dell’empatia attraverso l’Ascolto, agisce sull’oggettificazione malsana che un’individuo può aver sviluppato, per sé e per gli altri. Per quanto riguarda l’aspetto manipolatorio, associabile a una sessualità anch’essa malsana, ricade in quanto detto a proposito dell’inganno. La finalità, anche in questi casi figlia di un forte attaccamento, non è sicuramente al servizio della verità, tutt’al più della menzogna.

Ping Deng Wang, il Re dell’uguaglianza

Ping Deng Wang, il Re dell'uguaglianza

Il nono re, Pingdeng Wang (平等王, Píngděng wáng), il cui nome ironicamente significa “Re dell’Uguaglianza”, giudica le anime in base al trattamento riservato a coloro che occupano posizioni sociali inferiori: servi, lavoratori, animali ed emarginati [1].

Questo è forse il Re dell’inferno che più si distingue rispetto ai meccanismi a cui siamo abiuati in questa parte di mondo. Ping Deng Wang è una sorta di vecchio zio Ben che ci ripete come da grandi poteri derivino grandi responsabilità. Una posizione privilegiata, o una posizione di potere, dovrebbero caricare di responsabilità coloro che la occupano, spingendoli a venire incontro ai meno fortunati, applicando tutti i principi e le qualità elencate finora. Una società improntata verso il capitalismo spinto tende spesso a dimenticarsi dei comportamenti che il Re Ping Deng Wang è destinato a valutare. Restando in ambito marziale, il Guerriero si pone al servizio dei più deboli in tutte le storie che ci hanno maggiormente affascinato. Ancor più, affascinano i racconti in cui il Guerriero, al servizio del potere e riconoscendone una deviazione, decide di sfidarlo per mettersi dalla parte dei più deboli, anche in questo caso.

Insomma, non serviamo noi per spiegare come effettivamente questo principio sia affine al percorso marziale.

L’ultimo Re dell’inferno gira la ruota

Zhuanlun Wang L'ultimo Re dell'inferno gira la ruota

Il decimo re, Zhuanlun Wang (Zhuǎn Lún Wáng, 轉輪王), funge da giudice supremo prima che le anime procedano alla reincarnazione. Il suo titolo, che significa “Re che Gira la Ruota”, fa riferimento alla ruota buddista della rinascita. Invece di concentrarsi sulla punizione, Zhuanlun determina le destinazioni appropriate per la rinascita in base al karma accumulato dalle anime e alle loro esperienze nelle nove corti precedenti [1].

Superati i primi nove Re dell’inferno, l’anima si ritrova al cospetto dell’ultimo. Questi non ha altro ruolo che quello di pianificare la successiva reincarnazione. La consapevolezza di vivere le conseguenze della propria condotta in vite successive, a seconda dei casi, potrebbe spaventare più delle punizioni assegnate dai precedenti Re. Come il primo Re, anche l’ultimo ci riserva poche considerazioni aggiuntive in merito ai principi che possono sorgere dalla sua funzione e che siano applicabili allo studio delle Arti Marziali. Per cui il viaggio attraverso l’oltretomba cinese finisce, almeno per ora, qui.

Per approfondire

[1] Capire la Mitologia Cinese – Eleanor S. MacCormack;
[2] L’Arte della Guerra – Sun Zi;
[3] La spada che dà la vita – Yagyu Munenori;
[4] Educazione siberiana – Nikolai Lilin;
[5] 47 Ronin – (Wikipedia);
[6] Bhagavad Gita – Raphael;

I tre poteri;
Le cinque qualità del praticante;
Le cinque qualità fondamentali per Confucio;
Il sesto senso non sbaglia mai;
Sei ideali fondamentali secondo Robert Greene;
L’Arte di combattere senza combattere;
Dong Haichuan;
Cheng Tinghua;
Liezi, ti piace vincere facile;
Arti Marziali e fatica;
Il mito di Pangu, tra il Cielo e la Terra;
Con quale obiettivo combattere;
La vittoria e la sconfitta sono due impostori: Kipling e Hakadamare;
Mai giudicare dalle apparenze;
Le quattro dignità del guerriero Shambala;

Questo articolo è stato scritto senza utilizzare in nessun modo l’IA.

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