Ama il tuo nemico

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Fotografia di un uomo e una donna che si confrontano guardandosi, copertina dell'articolo Ama il tuo nemico
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Ama il tuo nemico

Ama il tuo nemico: una frase che resta sempre rivoluzionaria, nonostante il passare del tempo. Probabilmente perché non si è mai veramente convinti della sua verità e validità. È inoltre estremamente facile, come per la scusa del non ho tempo, scaricare all’esterno la responsabilità, quando non riusciamo ad applicarne il principio. “Per te è facile parlare”, “Non hai idea di chi io debba affrontare”, “È un demonio” sono solo alcuni esempi delle risposte usate per deresponsabilizzarsi. In questo articolo, proveremo a evidenziare perché è importante amare il proprio nemico, sperando di rendere questo compito un po’ più semplice. Chiuderemo poi con un bellissimo esempio di applicazione di questo meraviglioso principio.

Ama il tuo nemico

Ma a voi che ascoltate, io dico: Amate i vostri nemici, Lc 6,27

Come detto in apertura, a meno di non aver davvero aperto il proprio cuore, amare il proprio nemico è un principio estremamente impegnativo da applicare. Per chi ancora non fosse riuscito a estendere la sua capacità di amare in tal senso, proviamo a dare qualche motivazione in più, che possa spingere quanto meno a cimentarsi in questa impresa. In passato, abbiamo detto che nella pratica marziale non si ricerca la scorciatoia, la vittoria semplice e la mancanza di fatica. Anche per questo motivo, amare il proprio nemico si configura come una sfida del tutto in linea con il percorso marziale e assolutamente importante da superare. Ma perché dovremmo amare qualcuno che “ci fa del male”? Per dare una risposta a questa domanda, partiremo dal compagno d’allenamento (o sparring partner, per dirla all’inglese).

Il compagno d’allenamento: amico/nemico

Fotografia di due galli pronti per combattere che si fissano l'un l'altro

Nelle arti marziali il compagno d’allenamento assume un ruolo tanto educativo quanto scomodo. Infatti, più ci “metterà in difficoltà”, più ci “farà del male”, meglio sarà per la nostra formazione. Questo vuol dire che un buon compagno d’allenamento è tale solo se pesta senza remore chi si approccia all’arte, nella sua prima lezione? Assolutamente e ovviamente no. Il buon compagno di allenamento sa dosare bene la forza in funzione di quale “partner” stia allenando. Questo dosare la forza non deve però mai ricadere nel famigerato buonismo. Se per paura di far male chi mi sta di fronte, non colpisco in nessun modo il mio compagno d’allenamento, non sto facendo altro che chiuderlo in una teca di vetro, dentro la quale non potrà imparare nulla.

Lo sparring partner è quindi quel nostro amico che è però capace di assestarci un (controllato) pugno sul viso quando ci trova scoperti. Nelle arti marziali, il compagno d’allenamento deve quindi interpretare la parte di un nostro nemico, gestendo nel modo più equilibrato possibile il bilanciamento tra affetto ed efficacia nell’allenarci. A seconda del carattere che possediamo, questo ruolo può essere enormemente sfidante e impegnativo. D’altra parte, il principiante che viene colpito può spesso provare rabbia, risentimento o paura, non comprendendo come quel colpo sia stato estremamente utile per la sua formazione. Il compagno d’allenamento non fa altro che prepararci a un confronto più impegnativo, quello con una persona che non ha da bilanciare affetto ed efficacia: un avversario.

L’avversario: ama il tuo nemico / amico

Fotografia di due galli che combattono, uno piomba dall'alto sul secondo

Fermo restando che, in ambito sportivo, il confronto è comunque regolamentato e non dovrebbe mai decadere in una rivalità incattivita e priva di rispetto; l’avversario ha sicuramente meno remore del nostro compagno di pratica nell’affrontarci. Benché raro, è ancora possibile vedere, alla fine di un combattimento sportivo, un abbraccio che sia realmente sincero, indice del fatto che entrambi avevano ben chiaro quello che stiamo provando a mostrare con questo testo. Dovremmo sempre essere grati a un avversario sportivo che da il massimo con onore, a prescindere dal risultato del confronto. Questo perché, mettendoci in difficoltà in modo molto più dirompente rispetto al compagno d’allenamento, ci dona un’occasione di crescita importante. Abbiamo visto come questo confronto sia utile sotto diversi punti di vista, a condizione che, senza attaccamenti, si miri a realizzare una bellissima performance artistica, quindi non ci dilunghiamo oltre su questo aspetto.

Per chi è più attento però, si delinea già il fine di questo piccolo viaggio attraverso le diverse modalità di confronto dell’Arte Marziale. L’ultimo passo è quello che si allontana completamente dall’ambito “sicuro” della palestra e del contesto sportivo: l’avversario che ha realmente intenzione di nuocerci. Come puntualizza Robert Greene, questo avversario non assume più solamente l’aspetto di un aggressore vero e proprio.

Il nemico più difficile da amare

Un nemico diretto oggi è raro e in verità è anche una fortuna. La gente difficilmente attacca in maniera aperta, mostrando le proprie intenzioni, ovvero il desiderio di distruggervi; al contrario, è opportunista e indiretta. Benché il mondo sia più che mai competitivo, l’aggressività esplicita è ammonita, per cui le persone hanno imparato ad agire in sordina, ad attaccare con imprevedibilità e astuzia. Molti usano l’amicizia per mascherare desideri aggressivi: si avvicinano e vi fanno più male [1].

Per fortuna, almeno in questa parte di mondo, l’aggressore diretto è ancora considerabile un evento raro. Tuttavia, non si può dire altrettanto dei nemici descritti da Greene. Gli attacchi indiretti, subdoli, sono estremamente comuni in tanti luoghi di lavoro e nei contesti sociali più disparati (anche virtuali). Farsi soverchiare, ovviamente, non è una soluzione da considerare. Tuttavia non si può neanche credere che le restanti siano solo due: la fuga o la lotta sconsiderata. Non negare l’esistenza del conflitto è il primo passo necessario ad aprire un mondo di alternative, fatto di strategie (e tattiche) che ci permettono di affrontare i nostri nemici nel modo migliore. Il nemico diventa quindi il motore di questo processo di affilatura delle nostri abilità (e delle armi che abbiamo a disposizione). Più è spietato, più dobbiamo rinforzarci (e non solo fisicamente) per affrontarlo.

Pertanto, più è spietato, più ci spinge a migliorare, come neanche la nostra migliore amicizia può fare: non è quindi questa una ragione sufficiente per amarlo?

Ama il tuo nemico (comunque ti si presenti)

Può essere qualcuno che sta tramando alle spalle o che intralcia il percorso, subdolamente o alla luce del sole, oppure qualcuno che vi ha feriti o vi ha ostacolati in modo sleale; può essere anche un valore o un’idea che detestate e che identificate in un soggetto o in un gruppo. Può trattarsi di un concetto: la stupidità, la presunzione, il più volgare materialismo [1].

I più potrebbero non ritrovarsi nell’idea di avere un nemico. Tuttavia, il nemico può assumere tante forme. Come negli esempi di Greene, un nemico potrebbe essere anche la nostra insicurezza, la nostra abitudine all’autosabotarci o la pigrizia che ci sembra di osservare nelle persone che ci circondano. L’aspetto esteriore per Zhong Kui, la fama per Xu You, la distrazione per Loegaire.Tutto ciò che in qualche modo ci crea un attrito, un danno, può essere un nostro nemico. Che ci piaccia o no (e molto spesso no), questo attrito è quello che ci spinge a uscire dalla zona di comfort, ci fa passare dalla staticità al movimento e ci porta a fare nuove esperienze. In questo caso senza paura di ripeterci, dovremmo essere estremamente grati alla forza che ci “dona” tutto questo.

Conservando tutto questo nella propria mente, e nel proprio cuore, potrebbe essere più semplice abituarsi all’idea di amare il proprio nemico. Sottrarci al confronto significa sottrarsi alla crescita, lanciarsi a capofitto nella battaglia senza criterio significa soccombere. Per questo è importante, al giorno d’oggi come in passato, interessarsi all’Arte Marziale, che ci offre numerose altre strategie da mettere in pratica. La Via del Guerriero conserva la sua importanza ancora oggi, spingendoci a vedere sotto una luce diversa il nostro nemico, comunque si presenti.

Il nemico è la stella polare che ci guida. Una volta fissata la rotta, la battaglia può cominciare [1].

Perché “Ama il tuo nemico”?

Batman: Allora perché vuoi uccidermi? Il Joker: No, non voglio ucciderti! Cosa farei senza di te? Tornare a fregare i trafficanti di mafia? No, no, NO! No Tu… tu… mi completi.

Il nostro nemico non lo è diventato per caso. Come ci insegna la lunga tradizione di supereroi dei fumetti, l’antagonista principale in qualche modo incarna principi diametralmente opposti a quelli del protagonista. Il nostro nemico è un nemico per noi, calza a pennello con quello che siamo. Potremmo scoprire che allo stesso modo noi siamo nemici per lui, soprattutto nel momento in cui iniziamo ad affrontarlo con abilità. Il confronto continuo col nostro nemico ci permetterà inoltre, grazie all’Ascolto, di studiarlo, conoscerlo, comprenderne le motivazioni e le idee. Questo percorso culmina con la realizzazione forse più importante: il nostro nemico ci somiglia (come diceva Silvestri [3]). Il Taijitu (Tàijítú, 太极图) conferma ancora la sua potenza simbolica, rappresentando perfettamente l’unione che in realtà si crea con il nostro nemico, e la presenza in noi stessi di un seme che lo caratterizza.

Fotografia di due galli che si girano intorno prima di combattere, per l'articolo Ama il tuo nemico

Ama il tuo nemico: Kenshin e Shingen

Vedere il nostro nemico in quest’ottica dovrebbe ancor più aiutarci in questo compito così impegnativo. Non ci stupirebbe scoprire che, i protagonisti del racconto che segue, avessero realizzato questo principio, dal momento che le azioni parlano per loro. Per chiarire meglio alcuni passaggi del racconto, Uesugi Kenshin e Takeda Shingen erano due samurai famosi per la loro rivalità. In particolare, l’abilità di Kenshin come guerriero e stratega portò il popolo a pensare che fosse addirittura un avatar del dio della guerra Bishamonten [4]. Leggendaria anche l’abilità di Shingen che lo rese noto in battaglia come la tigre del Kai [5]. Quest’ultimo aveva portato un duro attacco al clan di Ujizane [6] e quando questi, per una serie di concause, salì al potere, decise di vendicarsi in modo subdolo, provando a indebolire il nemico in modo che Kenshin, suo rivale per antonomasia, ne approfittasse per sconfiggerlo.

Kenshin e Shingen

Nell’ottavo mese del settimo anno di Eiroku (1564) Kenshin stesso ispezionò i confini con la Provincia di Shinano. Anche Shingen prese posizione per affrontarlo. I comandanti di entrambe le casate provarono a persuadere i loro capi, dicendo “Signore, per via di quattro semplici contee, avete avuto un confronto militare con questo vostro nemico così forte, per ben dodici anni ad oggi. Come risultato avete perso tanti grandi ufficiali e soldati. Questo è stato un vantaggio solo per le province che ci circondano. Per favore, non fatelo di nuovo!”

Sia Kenshin che Shingen acconsentirono, e ciascuno promise di selezionare un lottatore scelto che si sarebbe confrontato in due combattimenti. Avrebbero consentito alla fazione, che il lottatore vincente rappresentava, di prendere Kawanakajima. Vinse il lottatore di Kenshin. Di conseguenza Shingen tenne solamente il castello Kaizu e tutto il resto andò a Kenshin. Questi restituì a Murakai Woshikiyo e Takanashi Masayori la loro carica e permise loro di ricontrollare i loro villaggi…

Shingen e l’embargo del sale

Successivamente, Imagawa Yoshimoto combatté Oda Nobunaga e venne sconfitto e ucciso. Suo figlio, Ujizane, era debole e stupido, pertanto lasciò l’amministrazione al suo luogotenente preferito: Miura Yoshishige. Infatti, la popolazione delle sue terre non gli avrebbe obbedito. […] La provincia di Shingen non aveva nessuna costa. Per questo motivo, prendeva il sale dai Tokai. Ujizane cospirò assieme a Hojo Ujiyasu e segretamente chiuse le rotte di approvvigionamento del sale. Il castello di Kaizu, controllato da Shingen ne soffrì parecchio.

Combatto con archi e frecce, non con riso e sale

Quando Kenshin venne a sapere dell’accaduto, scrisse una lettera a Shingen in cui diceva: “Signore, ho sentito che Ujiyasu e Ujizane ti tormentano attraverso il sale. Questo è un comportamento codardo e ingiusto. Io ti combatto, ma combatto con archi e frecce, non con riso e sale. Ti prego, Signore, di accettare d’ora in poi di prendere il sale dalle mie terre. In funzione di quanto te ne occorrerà, potrai prenderne quantità grandi o piccole”. Quindi ordinò ai mercanti di rifornire Shingen di tutto il sale che avrebbe chiesto, a un prezzo equo…

Per approfondire

[1] Legends of the Samurai – Hiroaki Sato;
[2] Strategie. Le 33 leggi per vincere – Robert Greene;
[3] Il mio nemico – Daniele Silvestri;
[4] Uesugi Kenshin (Wikipedia);
[5] Takeda Shingen (Wikipedia);
[6] Imagawa Ujizane (Wikipedia);

Liezi, ti piace vincere facile;
Arti Marziali e fatica;
I tre errori del principiante;
Le tre paure da vincere nella pratica;
La teoria e la pratica nelle Arti Marziali;
Perché nelle Arti Marziali è importante il combattimento;
Con quale obiettivo combattere;
Differenza tra strategia e tattica nelle Arti Marziali;
Aspetto esteriore e Arti Marziali;
Zhong Kui, la storia dell’acchiappafantasmi;
Diventare famosi o essere ignorati;
Xu You, che rifiutò un’offerta che non si può rifiutare;
La morte di Loegaire Buadach;
Ting Jin, l’Ascolto nelle Arti Marziali tradizionali cinesi;
I significati di Dao e di Taiji;

Questo articolo è stato scritto senza utilizzare in nessun modo l’IA.

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