La scusa del non ho tempo

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Fotografia di una clessidra in primo piano con nella parte alta, all'interno, la sagoma di un uomo inginocchiato che guarda in alto, per l'articolo la scusa del non ho tempo.
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La scusa del non ho tempo

La scusa del non ho tempo, o della mancanza di tempo, è probabilmente la più diffusa al mondo. È altrettanto probabile che già parlare di “scusa” faccia storcere il naso ai più dal momento che, proprio perché così diffusa, ci si potrà sentire immediatamente chiamati in causa. A seguire, sono normalmente associati discorsi del tipo: io davvero non ho tempo neanche per respirare, se ti mettessi nei miei panni capiresti, tu la fai facile perché hai una vita diversa dalla mia, ecc. Vedremo, anche con l’aiuto di due piccole ma incisive storie, perché sia una scusa e perché in particolar modo chi pratica Arti Marziali percorrendo la Via del Guerriero, dovrebbe piano piano eliminarla dal suo repertorio.

La scusa del non ho tempo in due storie

Come anticipato, riportiamo due piccole storie sul tema del “non avere tempo”. Sia perché sarà proprio a partire da queste che proveremo a capire come mai sia una scusa, sia perché sia una scusa altamente controproducente.

La prima storia che vedremo parla di un taglialegna indaffarato.

Non ho tempo di affilare la lama

Un taglialegna stremato di fatica continuava a sprecare tempo ed energia tagliando la legna con un’accetta spuntata, perché diceva di non avere il tempo per fermarsi ad affilare la lama [1].

Nella sua semplicità e brevità, questo racconto racchiude già di per sé tutti i principali elementi di nostro interesse. Innanzitutto, non avere tempo implica necessariamente un grande spreco di energie. È inevitabile che chi affermi di non avere tempo si senta stanco e stremato dalla moltitudine di cose da fare. Tuttavia, se riuscissimo davvero ad essere sinceri (con noi stessi, prima che con gli altri), scopriremmo che, per quanto sia vero che il numero di attività sia enorme, si trova sempre il tempo per fare qualcosa che ci piace. Ma perché è così difficile fare questa ammissione?

Fotografia di un ragazzo in metro con due sagome di persone che parlano al telefono, per l'articolo la scusa del non ho tempo.

Società e non avere tempo

In realtà, crediamo che gran parte della “colpa” sia attribuibile all’accettazione della figura che la società attuale tende a glorificare maggiormente: chi non fa altro che lavorare. Questo fenomeno è talmente diffuso che è davvero difficile incontrare qualcuno che non abbia ceduto al meccanismo. Questo, naturalmente, in gradazioni più o meno differenti anche a seconda del contesto. Per cominciare, chi fa un lavoro “manuale” è portato a dire che solo in questo lavoro si fatica davvero. Successivamente, chi invece fa un lavoro “più mentale” è portato a lavorare ben più delle ore canoniche per tenere alto l’onore della sua professione. Insomma, spesso si prova vergogna a dire che invece si è lavorato poco e ci si è riposati. Fatto salvo i momenti di riposo “autorizzati” come weekend e ferie (anche se poi, dire che si lavora anche in questi momenti da ancora più autorevolezza), fermarsi è vietato.

Tuttavia, come abbiamo detto, se si riuscisse a trovare un po’ di coraggio per dirlo a gran voce, si trova sempre un po’ di tempo per fare qualcosa che piace. Che sia leggere un libro, guardare un film, fumare una sigaretta o anche scorrere inutilmente la bacheca del social di turno: se ci rilassa, se ci piace, il tempo lo troviamo. E guai a pensare che non sia giusto così! Al di là del fatto che sia innegabile che ci siano attività migliori di altre sotto certi punti di vista, ben venga il rilassarsi. Ma perché è così difficile ammetterlo? La risposta è proprio “perché è una scusa”.

La scusa del non ho tempo

Non avere tempo, infatti, è un qualcosa che per certi versi non dipende da noi: ci de-responsabilizza. Se non ho tempo è perché tutta una serie di fattori esterni fanno sì che io debba correre da una parte all’altra: tanti lavori, tanti clienti, partner, la prole e via discorrendo. Se non abbiamo tempo è “colpa loro”, non nostra. Quindi se manco a un evento, se non mi interessa partecipare a una cena, se non voglio fare una particolare attività, non avere tempo diventa la scusa perfetta perché ci toglie la responsabilità. In realtà, come vedremo, più che non avere tempo, l’attività che non ci va di fare è un po’ in basso rispetto alla nostra scala di priorità, e quindi preferiamo dedicare il nostro tempo ad altro. Torneremo dopo su questo concetto, per chiudere prima gli spunti legati alla storia del taglialegna.

fotografia delle mani di un uomo che affilano un coltello

Avrei più tempo se affilassi la lama

Al di là del fatto che è una scusa comoda, il non avere tempo è legato anche ad altri aspetti. Il taglialegna infatti, se si fermasse il tempo necessario ad affilare la lama ogni volta che perde il filo, faticherebbe di meno, lavorerebbe di meno e avrebbe anche il tempo di riposarsi. Il problema nasce quindi dal fatto di non voler abbandonare la corsa continua, per dedicarci a quelle attività “meno entusiasmanti” ma che ci permetterebbero di faticare meno e recuperare del tempo. Come l’ascia del cacciatore ha bisogno di manutenzione, così ne abbiamo noi esseri umani. La nostra manutenzione quotidiana, che consiste anche nel riposo, ci permetterebbe notevolmente di ottimizzare i tempi. Anche la manutenzione quotidiana, tuttavia, non è sempre ben vista dalla società in cui viviamo, benché si siano fatti enormi passi avanti rispetto al passato.

Per cominciare, si sta pian piano riscoprendo che prima della rivoluzione industriale i tempi, anche per chi lavorava tanto, erano più dilatati. In secondo luogo, sempre piano piano, si comincia a capire che fissare uno schermo per otto ore non è produttivo come lavorare pienamente per due ore, fare una pausa e lavorare altrettanto pienamente per le successive due (giusto a titolo d’esempio). D’altra parte, la nostra manutenzione, lo studio e la pratica che ci permettono di “affilarci”, vengono presi poco in considerazione. Benché possa sembrare un punto di vista di parte, sicuramente l’Arte Marziale dona quell’affilatura che permette di affrontare tanti contesti e problemi in modo più efficace. Ma non è ovviamente l’unico modo, ce ne sono tanti che tuttavia richiedono altrettanto impegno e fatica. Perché anche affilare l’ascia richiede fatica, ma è una fatica che ci fa risparmiare energie successivamente.

Investire in perdita, mangiare amaro

Fermarsi per affilare l’ascia è, per certi versi, una forma di investimento. I grandi Maestri di Taiji Quan hanno spesso parlato dell’importanza dell’”investire in perdita”. Abbiamo anche affrontato il tema parlando della paura di sopportare la pena e della paura di sopportare la perdita. Anche il detto Mangia amaro, resisti alla fatica è strettamente collegato con questo tema. Ci sono fatiche estremamente produttive e, al contrario, fatiche assolutamente inutili. Saperle distinguere è anch’essa un’abilità che non può mancare a un buon stratega o, se preferiamo, a un buon praticante di Arti Marziali. In tal senso, andrebbe sicuramente data priorità alle fatiche produttive, dal momento che sono quelle che poi ci permettono di affrontare le altre con più semplicità e meno sforzo.

Tutto questo può sembrare scontato fintanto che non si inizia davvero a ragionare in tal senso e fare questo tipo di selezione. Infatti, come il taglialegna, è assai più facile ritrovarsi a tagliare alberi con l’ascia spuntata. Ancora una volta ci imbattiamo nel principio del saper dare priorità alle cose e riuscire, attraverso la volontà, a seguire la scala di priorità che si è scelta. Ci guiderà su questo tema la seconda storia, che parla di meditazione e di bende.

Fotografia di un gruppo di donne che meditano, di profilo.

La scusa del non ho tempo per meditare

Quando il maestro invitò il governatore a praticare la meditazione, e questi spiegò che aveva troppo da fare, ecco come gli rispose: “Lei mi fa venire in mente un uomo che entra nella giungla con gli occhi bendati ed è troppo occupato per togliersi la benda”. E quando il governatore addusse come scusa la mancanza di tempo, il maestro replicò: È un errore pensare che la meditazione non può avvenire per mancanza di tempo. Il vero motivo è l’agitazione mentale” [1].

In questa seconda storia ritroviamo il tema della prima, con qualche sfaccettatura differente. Attraversare una giungla bendati è, ovviamente, pura follia. Tuttavia, come già espresso, è una condizione in cui ci si ritrova molte più volte di quello che si crede. In preda alle continue difficoltà della vita (giungla), non riusciamo a fermarci neanche per il poco tempo necessario a far sì che la maggior parte di quelle difficoltà vengano meno (toglierci la benda). Anche il governatore, dopo aver affermato di aver tante cose da fare, si scherma subito dietro lo scudo del non aver tempo. Il maestro tuttavia fa notare che la vera causa è l’agitazione mentale. Questa agitazione mentale può essere interpretata, a nostro avviso, in diversi modi.

Il chiacchiericcio mentale

Parlando di meditazione, è immediato intendere l’agitazione mentale come continuo flusso di pensieri. I primi esercizi di presenza e le prime pratiche di meditazione sono finalizzate proprio ad abituarsi a interrompere questo continuo rumore di fondo. Anche nella pratica delle Arti Marziali, come espresso in più occasioni in passato, è importante la presenza/mente-ferma che, con una buona capacità di Ascolto, permette di riscoprire quella diversa capacità di pensare data dall’intuizione. Più che non avere tempo, quindi, è abbastanza scontato che sia proprio questo flusso di pensieri ad ostacolare la meditazione. Anche in questo caso però è ovviamente più “facile” e meno responsabilizzante dare la colpa al tempo che manca.

Poca capacità organizzativa

La stessa agitazione mentale potrebbe anche riferirsi all’incapacità di sapersi porre un obiettivo e perseguirlo. Uno, nessuno e centomila: una delle nostre personalità fissa un obiettivo, un’altra ce lo fa dimenticare, un’altra ancora fa di tutto pur di non farci procedere verso il nostro traguardo. Abbiamo visto come essere abili nel pianificare sia essenziale per un buon stratega e, quindi, per chi sia artista marziale. Vivere nell’epoca della velocità, come abbiamo detto, e delle distrazioni non aiuta certamente. Quindi prima di cimentarsi in epiche sfide di forza di volontà al pari del principe Ren, si può allenare la propria capacità di organizzarsi partendo da piccoli obbiettivi raggiungibili. Tutto ciò richiede un’altra capacità fondamentale, a cui abbiamo accennato più volte e che finalmente andremo a trattare: la capacità di assegnare delle priorità.

La scusa del non ho tempo e le priorità

La scusa del non ho tempo, alla fine maschera semplicemente una scala di priorità che, per non offendere nessuno, cerchiamo di tenere segreta. A distruggere completamente questa maschera, ci pensa un famoso detto il cui autore è dibattuto per cui, anche questa volta, non lo riportiamo:

Se vuoi trovi un modo, se non vuoi trovi una scusa.

C’è poco da nascondere quindi, la nostra scala di priorità è evidente e si manifesta attraverso ciò che facciamo. È quindi evidente, non solo per noi ma anche per gli altri, cosa vogliamo davvero. Tuttavia, spesso non siamo in grado di assegnare correttamente queste priorità. La pigrizia e il rifuggire la fatica ci portano spesso a mettere in secondo piano le affilature di ascia, il togliere la benda, il lavoro su noi stessi e tutte le pratiche che, in qualche modo, ci permettono di sviluppare un’abilità grazie al lavoro profuso (Gong Fu). Tutte pratiche che, con la meditazione, condividono il principio di questa massima di Culadasa:

L’unica meditazione “sbagliata” è quella che non avete fatto! [2]

È importante, pertanto, iniziare ad assegnare correttamente le nostre priorità, così facendo inizieremo anche a fare a meno della scusa del non avere tempo.

Per approfondire

[1] La preghiera della rana – Anthony de Mello;
[2] La mente illuminata – Culadasa;
La paura della morte e la Via del Guerriero;
La teoria e la pratica nelle Arti Marziali;
Arti Marziali e fatica;
Le tre paure da vincere nella pratica;
Sei ideali fondamentali secondo Robert Greene;
Le cinque qualità del praticante;
Perché nelle Arti Marziali è importante il combattimento;
Il sesto senso non sbaglia mai;
Mente ferma, attenzione e concentrazione;
Ting Jin, l’Ascolto nelle Arti Marziali tradizionali cinesi;
Differenza tra strategia e tattica nelle Arti Marziali;
Le aspettative disattese e la pesca;
Strategie di insegnamento e tecniche segrete nelle Arti Marziali;
Il significato di Kung fu e Wushu;

Questo articolo è stato scritto senza utilizzare in nessun modo l’IA.

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2 Commenti

2 Commenti

  1. Vitiana Paola Montana

    Una riflessione molto interessate che apre spazi costruttivi, indispensabili per permettere al cambiamento di farsi strada nella nostra quotidianità.
    Grazie per questa condivisione!
    Vitiana

    Rispondi
    • Lü Dongbin

      Grazie a te ancora per il commento anche qui sul sito!

      A presto

      Rispondi

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