Le tre paure da vincere nella pratica

da | 2026 Feb 24 | Teoria marziale | 0 commenti

Tempo di lettura:

Fotografia del primo piano di un leone, copertina dell'articolo le tre paure da vincere nella pratica
Fotografia del primo piano di un leone, copertina dell'articolo le tre paure da vincere nella pratica

Tempo di lettura:

Condividi questo articolo!

Valuta questo articolo:

Clicca per votare questo articolo!
[Voti: 0 Media: 0]

Le tre paure da vincere nella pratica

Secondo il Maestro Zheng Man Qing, ci sono tre principali paure da vincere nella pratica. Abbiamo già parlato della paura della morte. Tuttavia, benché questa resti sicuramente la paura principale da vincere grazie alla pratica delle Arti Marziali tradizionali cinesi, vedremo altri tre traguardi “più semplici”, che hanno comunque a che vedere con l’emozione che più ci porta rigidità, stallo e “negatività” nella pratica e nella vita.

Le tre intrepidezze di Zheng Man Qing

Ne “Il dito e la luna” [1] vengono riportate dall’autore, le tre intrepidezze che secondo il Maestro Zheng Man Qing, dovrebbero essere sviluppate dal praticante. Abbiamo già citato il Maestro Zheng Man Qing e il suo libro più famoso (I tredici saggi sul Taiji Quan) parlando della fisica e della geometria dell’arte marziale. Per i suoi numerosi contenuti di rilievo resta sicuramente una delle letture consigliate per chiunque si accosti alla pratica delle Arti Marziali tradizionali cinesi (non solo Taiji Quan). Detto questo, che ci sembrava doveroso, vediamo quali sono le tre paure da superare e, di conseguenze le tre intrepidezze da acquisire:

  • La paura di sopportare una pena;
  • La paura di sopportare delle perdite;
  • La paura della ferocia.

Iniziamo subito a vedere cosa si intende, quindi, con paura di sopportare una pena.

Vincere la paura della pena

Se una persona ha paura di sopportare una pena, allora non c’è possibilità di progresso [1].

La prima paura da vincere è quindi quella legata alla sopportazione di una pena, intesa non tanto come punizione o castigo legislativo, quanto nella sua connotazione più estesa di sofferenza derivata da una qualche azione subita o effettuata. In queste parole rieccheggia il detto “Mangia amaro, resisti alla fatica” (chī kǔ nài láo, 吃苦耐劳). Molti allenamenti potrebbero tranquillamente sembrare “pene auto-inflitte”. La paura di questa sofferenza volontaria ci porta alla pigrizia, alla staticità e alla mancanza, appunto, di progresso. Vediamo alcuni esempi pratici.

Vincere la paura di combattere

Infatti, a quale pena più grande può pensare un praticante di Arti Marziali se non ai colpi continui che subisce durante un combattimento? Non ci soffermeremo ora sul perché sia importante il combattimento, rimandiamo all’articolo dedicato per chi volesse approfondire. Sicuramente però al combattimento è spesso associato un dolore fisico, soprattutto nel momento in cui ci si cimenta in una gara, con un avversario che “ci usa la stessa premura” di un compagno d’allenamento.

Vincere la paura di quel dolore ci porta finalmente al vivere il combattimento in un’ottica completamente diversa, nella quale l’avversario perde di importanza e la sfida è tutta giocata sul nostro piano interno. Chi le ha provate non avrà difficoltà a riconoscere come “pena” anche le emozioni che si provano in questi contesti. È pur vero però che quello che non ti uccide ti fortifica, e un combattimento sportivo ben regolamentato, salvi pochi e tristi casi, non ti uccide ma ti fortifica enormemente, sia da un punto di vista prettamente fisico che soprattutto caratteriale e emotivo.

L’esibizione, un’altra forma di pena

Nelle Arti Marziali tradizionali cinesi sono ormai ben radicate anche le competizioni di Taolu. In cui gli atleti si cimentano nell’esecuzione di sequenze di tecniche, codificate e non, e vengono valutati da una giuria in merito proprio alla bontà e correttezza dell’esecuzione. Anche in questo caso chi ha provato sa bene “che pena” possa rivelarsi salire sul tatami prima di iniziare il proprio Taolu, davanti alla giuria attenta.

Carichi di aspettative proprie, aspettative legate al non deludere il proprio maestro, al non bloccarsi, al non dimenticarsi i movimenti, al non sbagliare e via discorrendo. Tutte aspettative che se alimentate non fanno altro che venir disattese al momento dell’esecuzione. Anche in questo caso vincere la paura della pena si rivela fondamentale per il praticante e gli permette di vivere l’esibizione in modo calmo e presente, modo tra l’altro più efficace per garantire quantomeno la buona riuscita del Taolu (perché per quanto riguarda la vittoria il discorso si complica).

La pena nella semplice pratica

Intendiamoci, non è necessario riferirsi necessariamente alle competizioni per dare un significato alla pena di cui parla il Maestro Zheng Man Qing. Anche un “semplice” lavoro sulle posizioni si può trasformare rapidamente in una pena da cui si cerca di fuggire. Dal primo viaggio in Cina ci portiamo dietro due frasi preziose dette dal nostro Maestro: “Quando sei stanco, quello è il momento migliore per allenarsi”, “L’esercizio che non ti piace è quello che dovresti praticare di più”. Anche qui, non si tratta di masochismo. In entrambe le frasi è racchiuso lo spirito che permette di sopportare la pena e allenare la forza di volontà. Volontà che come abbiamo visto più volte è un concetto cardine della pratica delle Arti Marziali tradizionali cinesi.

Ancor di più considerando una società come quella attuale, caratterizzata dalla forte tendenza ad assopire attraverso le comodità più disparate. Uscire dalla propria zona di comfort, volontariamente, per ritrovare il piacere della fatica e dei risultati raggiunti tramite questa, diventa anche un atto di ribellione. Vincere la paura della pena è quindi ancora un passo che si può considerare fondamentale.

Fotografia rielaborata di un cavallo che sembra decomporsi in frammenti, per l'articolo le tre paure da vincere nella pratica

Vincere la paura della perdita

La pratica del Taijiquan non consiste nell’aumentare, ma nel ridurre, non nell’aggiungere, ma nel sottrarre… lasciar andare, investire nella perdita e credere nella non-azione [2].

Nelle parole di Feng Zhiqiang si legge “Investire in perdita”, un motto estremamente comune nella pratica delle Arti Marziali tradizionali cinesi. Come tante frasi “semplici” e concise, il significato è profondo ed è costituito da un principio che trova applicazione nei contesti più disparati. Anche la zona di comfort di cui abbiamo parlato poco sopra va demolita investendo in perdita. Costituita su vari strati dell’ego, che mirano solo alla sopravvivenza, non fa che limitare le potenzialità di cui potremmo veramente godere.

Accettare di cedere, di lasciar invadere il proprio spazio, Ascoltare cosa vuole fare l’avversario prima di rivolgergli la sua stessa forza contro. Farsi veicolo di una performance artistica senza aspirare a vincere o essere convinti di perdere. Vincere l’idea di mettersi in mostra e splendere per questo. Lasciarsi guidare dall’intuizione senza bloccarla con nostri piani, progetti, costrutti mentali. E quindi, appunto, non agire. Lasciarsi scivolare addosso tutto come barche vuote. E quindi, appunto, svuotarsi. Tutti questi sono esempi del principio di investire in perdita. La paura della perdita blocca tutto il nostro potenziale di crescita, limitandoci alla nostra visione parziale del mondo, carica di quel giudizio sulle apparenze di cui abbiamo parlato in passato. Vincere la paura della perdita ci apre quindi la porta al nostro reale potenziale. Abbassare le difese perché pronti a rispondere non chiudendo e fortificando, ma aprendo e rimanendo flessibili.

Vincere la paura della perdita e il vuoto

Riportiamo anche due brani tratti dal Dao Dejing che rafforzano e completano quanto espresso fin’ora…

Trenta raggi convergono in un mozzo:
grazie al suo vuoto abbiamo l’utilità del carro.
Modelliamo l’argilla per fare un vaso:
grazie al suo vuoto abbiamo l’utilità del vaso [3].

Ritornare è il movimento del Dao.

…e una piccola storia a tema.

“Un giorno un uomo molto orgoglioso della sua cultura e conoscenza scolastica andò a trovare il maestro al monastero.e lo trovò nella sua stanza mentre un monaco era intento a versargli il té. Mentre versava il maestro continuava a dire: “Ancora, ancora!” finchè l’ospite che osservava non poté più tacere ed esclamò: “Maestro il té esce fuori!”. Il maestro calmo rispose: “Quando si vuole imparare qualcosa bisogna prima svuotare sé stessi, altrimenti non vi è spazio per gli insegnamenti autentici, e adesso è meglio che tu torni a casa”. A queste parole l’uomo orgoglioso provò molta vergogna di sé stesso e cominciò a cercare la verità con molto impegno e disciplina [4]”

Rispondere con coraggio di fronte alla ferocia

Sempre in “il dito e la luna”, in apertura alla terza intrepidezza viene riportata una frase del Dao Deijing. Per completezza abbiamo deciso di riportare l’intero estratto.

In verità ho udito che coloro che eccellono nel coltivare la vita
viaggiano per via di terra non incontrano rinoceronti né tigri,
entrando in battaglia non indossano corazza né armi.
i rinoceronti non trovano un punto in cui affondare il loro corno,
le tigri non trovano un punto in cui affondare i loro artigli,
le armi non trovano un punto che posa ricevere le loro lame.
Perché? Perché in loro non c’è un luogo della morte [3].

Il processo di cui abbiamo parlato, legato all’investire in perdita, ben si sposa anche al racconto della barca vuota presente nel Zhuang Zi, come ricordato. Attraverso vari esempi, il brano di apertura di questo paragrafo esprime lo stesso concetto, e chiude il cerchio ritornando alla paura della morte.

Si arriva all’apparente paradosso per cui se in noi non alberga l’idea della morte, e quindi la paura di morire, niente può in realtà nuocerci. Al punto che neanche incontriamo dei veri e propri pericoli nel nostro cammino. Un po’ come se la risposta coraggiosa avvenisse ben prima della manifestazione della ferocia. Nel momento in cui agiamo con il cuore, e quindi anche seguendo il nostro sesto senso, la ferocia non si manifesta. Un principio che avevano capito bene i grandi guerrieri del passato, e non a caso abbiamo anche parlato dell’“indossare una maschera di tigre anche se non si è così potenti” e dell’importanza del non essere trascurati. Nel momento del conflitto invece coraggiosi e quindi rilassati, calmi e morbidi anche di fronte alla ferocia altrui. La paura chiude, contrae, scoordina e scompensa non facendo altro che portarci, questa volta davvero paradossalmente, esattamente all’esito temuto.

Perché lavorare sulle tre intrepidezze per vincere la paura

Il lavoro sulle tre intrepidezze non deve essere visto come qualcosa fuori portata, materia solo per chi è già “avanti”. Chiunque può trarre beneficio anche da pochi passi percorsi in questo sentiero. La meta finale ce la ricorda, sempre con molta umiltà, il Maestro Zheng Man Qing:

Io non aspiro a essere un Buddha vivente, tutto ciò che voglio è diventare un essere umano.

Raggiungere quindi la massima espressione di ciò che siamo.

Per approfondire

[1] Il dito e la luna;
[2] Chen Taiji Quan – Maestri e metodi;
[3] Dao Dejing, traduzione di Augusto Shantena Sabbadini;
[4] Le dieci icone del bue;
La paura della morte e la Via del Guerriero;
La fisica e la geometria dell’Arte Marziale;
Arti Marziali e fatica;
Perché nelle Arti Marziali è importante il combattimento;
Con quale obiettivo combattere;
Le aspettative disattese e la pesca;
Feng Zhiqiang;
Ting Jin, l’Ascolto nelle Arti Marziali tradizionali cinesi;
Il sesto senso non sbaglia mai;
Barche vuote, bufere e alte maree;
Mai giudicare dalle apparenze;
Le otto strategie di Sun Bin;
Aspetto esteriore e Arti Marziali;
La lingue cinese e le conseguenze della trascuratezza.

 

Questo articolo è stato scritto senza utilizzare in nessun modo l’IA.

Condividi questo articolo!

Valuta questo articolo:

Clicca per votare questo articolo!
[Voti: 0 Media: 0]

Potrebbe interessarti anche:

Mai giudicare dalle apparenze0 (0)

Mai giudicare dalle apparenze
0 (0)

Mai giudicare dalle apparenze Mai giudicare dalle apparenze, l’abito non fa il monaco, non giudicare un libro dalla copertina. Tutti questi sono detti e proverbi abbastanza diffusi in Italia che, seppure evocando immagini diverse, racchiudono lo stesso...

leggi tutto

Della stessa categoria:

Perché studiare tecniche di combattimento0 (0)

Perché studiare tecniche di combattimento
0 (0)

Perché studiare tecniche di combattimento Perché studiare tecniche di combattimento? Questa domanda si potrebbe ampliare aggiungendo: perché farlo negli anni 2000? Per quale motivo nelle Arti Marziali si continuano a studiare delle tecniche di combattimento,...

leggi tutto
La fortuna del principiante0 (0)

La fortuna del principiante
0 (0)

La fortuna del principiante Con la fortuna del principiante si indica quel particolare fenomeno in cui si riesce a svolgere in modo assolutamente impeccabile una determinata attività che non si è mai (o quasi) praticata. Questo punto di partenza un po’...

leggi tutto
Le Sei Armonie, Liu He0 (0)

Le Sei Armonie, Liu He
0 (0)

Le sei armonie, Liu He Le sei armonie (liù​hé, 六合) rappresentano uno dei principi essenziali nella pratica delle Arti Marziali tradizionali cinesi. Non a caso le abbiamo già incontrate in diversi articoli, tra cui per esempio quello sull’essenza dell’arte,...

leggi tutto

0 Commenti

0 commenti

Invia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Aiutare tutti a diventare

Guerrieri nella vita.

Scopri tutti i benefici dei tesserati

Lasciaci il tuo numero e verrai ricontattato entro 24h

Solo gli utenti registrati possono copiare i contenuti della pagina