La lingua cinese e le conseguenze della trascuratezza
La lingua cinese e una storia sulle conseguenze della trascuratezza saranno il nostro punto di partenza per una piccola riflessione su questa caratteristica in ambito marziale e sulla bellissime immagini che spesso regala l’indagine delle parole di questa lingua. Ogni ideogramma, di per sé, esprime il suo significato anche attraverso la composizione di immagini “radicali”. Tuttavia, in questo caso non vogliamo scomporre un ideogramma nelle sue parti (cosa fatta anche in passato). Vogliamo invece analizzare una parola che tradotta letteralmente significa “Cavallo Tigre” ma che significa “trascurato” o “negligente”. Prima di scoprire perché, partiamo appunto dalla parola in esame.
La trascuratezza è Cavallo Tigre
L’aggettivo cinese Mahu (Mǎhu, 马虎) significa appunto trascurato, negligente. I due ideogrammi però presi singolarmente significano Cavallo e Tigre. Ci interessa soffermarci anche su un’altra parola cinese, sempre legata alla storia che andremo a raccontare a breve: Mamahuhu (mǎmahūhū, 马马虎虎) che significa invece “così così”. È facile constatare che i singoli caratteri non sono altro che una ripetizione dei due già visti. È importante dire, per chi non lo sapesse, che spesso in cinese si usa ripetere una parole per indicare che l’azione viene fatta “un po’”. Per esempio, dove Kan (kàn 看) significa guardare Kankan (kànkan, 看看) significa dare un’occhiata (guardare un po’). Si potrebbe quindi intendere Mamahuhu come “un po’ cavallo un po’ tigre”. Ma perché proprio questi due animali?
Un pittore disordinato e trascurato
Si racconta che ai tempi della dinastia Song, nella capitale vivesse un pittore che dipingeva con estrema noncuranza. Un giorno decise di disegnare una tigre. Aveva appena finito di disegnare la testa quando qualcuno si avvicinò e gli chiese se poteva disegnare anche un cavallo. Il pittore svogliato, avendo già disegnato la testa della tigre decise di disegnare, attaccato a questa, il corpo di un cavallo. Finita l’opera la guardo ed esclamò: Ma Ma Hu Hu (Un po’ tigre, un po’ cavallo). Comunque soddisfatto della sua opera, il pittore appese il dipinto a casa sua. Suo figlio maggiore lo vide e gli chiese che cosa ci fosse raffigurato. “Una tigre”, rispose il pittore. Dopo qualche ora, anche il figlio minore si imbatté nel quadro e anche lui chiese al padre che cosa fosse. “Una cavallo”, rispose questa volta il pittore.
Le conseguenze della trascuratezza: Tigre o Cavallo?
Tempo dopo, il figlio maggiore partecipò a una battuta di caccia. Giunto a una radura video il cavallo di un ricco signore del posto, credendo che fosse una tigre prese la mira e sparò. Richiamate dallo sparo, accorsero delle guardie che lo costrinsero a risarcire il ricco signore per l’uccisione dell’animale riducendolo il malcapitato figlio maggiore in povertà. Successivamente, anche al figlio minore tocco una sorte ben più triste. Egli infatti attraversando un bosco incontrò una tigre, ma credendo che fosse un cavallo si avvicinò per cavalcarla e venne sbranato. Il pittore, colpito dalle due tragedie, decise di bruciare il dipinto e scrisse una poesia che gli servisse di monito per non ricadere più nello stesso errore. Da allora il termine MaHu venne usato proprio per descrivere chi è sciatto e negligente.
La trascuratezza e l’importanza dell’ordine nelle Arti Marziali
Abbiamo visto come Musashi sottolineasse l’importanza dei piccoli particolari. L’attenzione ai dettagli, e quindi la capacità di non trascurarli, è fondamentale soprattutto per chi pratica Arti Marziali. Il detto “il diavolo si nasconde nei dettagli” da ancora più forza a questo concetto. È infatti nella capacità di restare coerenti anche nelle piccole cose che si mostra se davvero si è incarnato e fatto proprio un principio. Se davvero si vive ciò che si fa. La cura del dettaglio si collega anche ai concetti esposti in merito all’importanza dell’aspetto esteriore per chi pratica Arti Marziali. A tal proposito, abbiamo evidenziato sia perché sia fondamentale “Rassettare gli abiti e sedersi eretti”, sia perché lo sia “indossare una maschera di tigre anche se non si è così potenti”.

Allenare la cura e la disciplina attraverso le piccole cose
Mostrare cura, in sé stessi e nella pratica, mostra al tempo stesso disciplina e dedizione. Una dedizione che nasce inevitabilmente dal rispetto verso l’Arte che si pratica. A tal proposito riportiamo la bellissima descrizione di Herrigel di un Maestro di composizione floreale [1]:
La cerimonia di un Maestro floreale non mostra trascuratezza
Un maestro dei fiori comincia la lezione sciogliendo con precauzione il legaccio che stringe i fiori e i rami fioriti, e dopo averlo arrotolato con cura, lo mette da parte. Considera quindi i singoli rami, dopo ripetuto esame ne sceglie i migliori, dà a essi, piegandoli delicatamente, la forma che devono assumere secondo la loro funzione e finalmente li dispone in un vaso appositamente scelto. La composizione, al suo termine, appare come se il maestro avesse indovinato ciò che la natura sogna nei suoi sogni oscuri.
In questi due casi, a cui vorrei limitarmi, i maestri si comportano come se fossero soli. Agli allievi non concedono neppure uno sguardo, tanto meno una parola. Compiono i preparativi calmi e assorti, si perdono, dimentichi di sé, nel processo creativo delle figure e delle forme, e ad ambedue esso appare, dalle operazioni preliminari all’opera compiuta, un accadimento in sé concluso. Ed esso è in realtà dotato di una tale potenza espressiva da agire sullo spettatore come un quadro.
La cura fa parte del processo artistico
Ma perché il maestro non fa eseguire da qualche allievo esperto i preparativi indispensabili, ma tuttavia assolutamente secondari? Se macina egli stesso il colore, se scioglie con tanta lentezza il legaccio invece di tagliarlo rapidamente e gettarlo via con noncuranza, questo stimola forse la forza della sua visione e della sua creazione artistica? E che cosa lo muove a ripetere questa serie di atti a ogni lezione con inesorabile insistenza e addirittura con pedanteria, senza ometterne alcuna parte, e a farlo imitare dagli allievi?
Egli si tiene alle usanze tradizionali perché i preparativi dell’opera, come sa per esperienza, servono a predisporlo alla creazione artistica. Egli deve alla calma meditativa con cui li esegue quella necessaria distensione e quell’equilibrio di tutte le sue forze, quel raccoglimento e quella presenza dello spirito senza i quali non nasce alcuna opera valida. Assorto nella sua azione, ma senza intervenirvi volontariamente, egli viene condotto verso il momento in cui l’opera, di cui ha un’intuizione vaga e ideale, si compie come da sola.
La trascuratezza del pittore e la cura del Maestro floreale
Mettendo a paragone le due figure, appare in tutta la sua forza l’importanza della cura dei dettagli di cui abbiamo parlato poco sopra. In un caso, la trascuratezza ha portato solo disastri, nell’altro a “indovinare ciò che la natura sogna nei suoi sogni oscuri”. Il rispetto per l’Arte si manifesta quindi anche attraverso l’importanza che si dà ai piccoli gesti (quotidiani e non). Se il Maestro di composizione floreale avesse gettato il legaccio per terra, invece di ripiegarlo con cura, avrebbe dato a chi assiste un’impressione completamente diversa e anche l’opera finale ne avrebbe, per forza di cose, risentito. Non stupisce quindi l’importanza alla cura della persona che dà un testo come l’Hagakure (per un samurai un corpo curato può fare la differenza tra la vita e la morte). Né stupisce la cura e il rispetto che lo spadaccino dedica alla sua arma.
La cura è agire con il cuore
Benché l’etimologia di cura sia discordante, alcuni hanno comunque ipotizzato un legame di questa parola con il cuore [2]. Meno ipotetico è però questo legame se torniamo alla lingua cinese. Infatti, se Cavallo Tigre è “trascurato”, chi ha invece cura di ciò che fa è Yongxin (yòngxīn, 用心). In questo caso la parola è composta dal verbo Yong (Usare, adoperare) e Xin (cuore): usare il cuore in ciò che si fa. Concetto espresso anche da Morihei Ueshiba in una delle poesie che abbiamo riportato tempo addietro. Infine, quanto abbiamo fin’ora esposto si collega anche al concetto di presenza e intuizione già affrontato in precedenza. Come ricordato da Tiziano Grandi nel suo “Il dito e la luna” [3]:
Lo studio del Taiji Quan è un impegno a essere presenti, che è l’esatto opposto del comportamento distratto e fittizio.
La ricerca della presenza va quindi nella direzione opposta a quella della distrazione e di conseguenza della trascuratezza nell’agire. Uno stesso filo che lega un praticante di Arti Marziali, un arciere e un Maestro di composizione floreale.
Per approfondire
[1] Lo Zen e il tiro con l’arco – Herrigel Eugen;
[2] Etimologia di cura;
[3] Il dito e la luna – Tiziano Grandi;
I nove principi di Musashi;
La teoria e la pratica nelle Arti Marziali;
Aspetto esteriore e Arti Marziali;
Le cinque qualità del praticante;
Dodici poesie dall’Arte della Pace;
Perché nelle Arti Marziali è importante il combattimento;
Il sesto senso non sbaglia mai.






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